Sono a letto. Da giorni, ormai, e non è che ma le stia godendo, ma da qualche ora le cose vanno molto meglio.
Stamattina, preda del male che avevo a gambe e schiena, ho chiamato il dottore.
Non c'era, è malato anche lui.
Annamo bbene.
Ho spiegato alla sostituta cosa avessi.
- Dottoressa, buongiorno, sente che bella vocina sexi che ho? Sono raffreddata come un somaro, ma non è questo il problema, anche se smoccolo come un bambino di 3 anni. Ho anche la febbre, sì, stamattina era 37,5° e ieri sera 38°; non faccia quel versino di sufficienza, sa, io quando sto bene sono intorno ai 35° e qualcosa, quindi per me 38° di febbre è decisamente tanto; ma non è quello il problema, ho anche tutti i vari ammennicoli da influenza, starnutisco, ho il cervello che sembra la pastella per il fritto, sono lenta, ho la tremarella alle ginocchia. Ma non è quello il problema. Ok, ora le dico qual'è il problema, si rilassi. Ho un dolore che mi parte da metà schiena e me l'attraversa tutta come un lampo, e continua fino alle gambe. Specie la destra. E' un dolore che non mi permette di stare distesa, seduta, nè in piedi, tipo quello delle coliche renali per capirci, come intenstità. Stanotte alle 3 ero sveglia per il male, ho preso una pastiglia e alle 6 e qualcosa ero di nuovo sveglia. Sì, divertente.
- ...Sciatica? Ma è sicura? Non ne ho mai sofferto. Ok, la dottoressa è lei, ma non le serve manco vedermi? Una palpatina alla gamba per sapere se non c'è altro? Vebbene, allora che posso fare?
- ...Punture?
Ok, io odio le punture. Abbastanza. Le mie donazioni all'AVIS sono caratterizzate dallo sguardo perso nel vuoto, o fisso sulle pagine di un libro, in modo da non guardare l'ago nemmeno un momento.
Ma il dolore in questi giorni è stato davvero pesante. Di quelli che non dormi, non riesci a stare seduta su una sedia per pochi minuti, il tempo di mangiare, e cambi continuamente posizione nella speranza di beccare, per botta di culo, quella in cui il dolore sparisce.
Ora, con la prima puntura fatta, sto sperimentando una gradevolissima assenza di dolore che rende tutto il resto, gli starnuti e il mal di testa e il rintronamento e la febbre e le innumerevoli soffiate di naso, totalmente accettabili.
Non ho dolori, e per questo mi sembra di essere già guarita, anche se tutto il resto va avanti.
Ma mi godo il riposo a letto, il piumone e i cuscini, il tè caldo e le litrate di acqua che bevo, la pastina in brodo e le giornate di sole, anche se viste da dietro il vetro.
Mi sto rileggendo la trilogia di Millennium e mi abbandono con piacere a questa sensazione di leggero distacco, che tanto l'influenza in un paio di giorni sarà andata.
Certe cose non cambiano mai.
Altre, per fortuna, sì.
Altre, per fortuna, sì.
mercoledì 25 gennaio 2012
mercoledì 18 gennaio 2012
Sondaggiamo.
Premessa.
Sto cercando di chiarire una cosa che mi frulla in testa da qualche ora, quindi chiedo un parere a tutti, anche a chi in genere non commenta.
Mi serve per la mia survey personale ^_^
Non siate timidi.

Quindi, il cuore dell'argomento è l'essere romantici.
Se hai 33 anni e una manciata di mesi, diciamo che i 34 non sono lontanissimi, e sei single da quasi 4 anni - eh a me i 30 hanno portato bene, sissì - quanto diritto hai al romanticismo?
Ovvero: quanto puoi ragionevolmente aspettarti di trovarne?
Io sono cresciuta con troppe letture in testa, forse; troppi racconti di uomini che si impegnavano per dichiarare alle donne quanto loro fossero importanti e amate, che le facevano sentire uniche e speciali.
Non parlo di ubriachezza - molesta - di romanzoharmony, parlo di quelle attenzioni che forse, da donne, non è proprio sbagliato aspettarsi da un uomo - e occhio che sull'argomento aspettative si rischia sempre di cadere nella melma.
Il corteggiamento è sempre lecito aspettarselo?
Le attenzioni, sentire che si piace ad un uomo, che si è diversi da tutte le altre persone, che si è speciali...
Da cosa nasce questa divagazione da parte mia, che non sono proprio votata al romanticismo?
Dall'osservare, intorno a me, che sempre più storie sembrano seguire il copione "relazione-scivolata": un lui e una lei, entrambi single e non ragazzini, diciamo sopra i 30, che si stanno simpatici e si frequentano, dapprima in amicizia; poi sembrano scivolare nella relazione di coppia perchè tanto, già che siamo qui, e ci stiamo pure simpatici, perchè no?
E si perde per strada, nel passaggio da amici a partner sentimentali - scusate ma la parola "fidanzati" mi agghiaccia - quel sorprendersi a vicenda, il conquistarsi un pezzetto alla volta, il corteggiarsi, ecco, che credo resti uno dei periodi più belli di una relazione.
Mi sto chiedendo, visto che ho l'impressione di essere un po' in questa situazione - ma potrei anche sbagliare ^_^ - quanto possa sembrare sciocca una donna che a quasi 34 anni dichiari ad un uomo che sì, lei vuole ancora essere corteggiata, e sorpresa, e conquistata -e ovviamente corteggiare a sua volta, non è certo una strada a senso unico.
Sto cercando di chiarire una cosa che mi frulla in testa da qualche ora, quindi chiedo un parere a tutti, anche a chi in genere non commenta.
Mi serve per la mia survey personale ^_^
Non siate timidi.

Quindi, il cuore dell'argomento è l'essere romantici.
Se hai 33 anni e una manciata di mesi, diciamo che i 34 non sono lontanissimi, e sei single da quasi 4 anni - eh a me i 30 hanno portato bene, sissì - quanto diritto hai al romanticismo?
Ovvero: quanto puoi ragionevolmente aspettarti di trovarne?
Io sono cresciuta con troppe letture in testa, forse; troppi racconti di uomini che si impegnavano per dichiarare alle donne quanto loro fossero importanti e amate, che le facevano sentire uniche e speciali.
Non parlo di ubriachezza - molesta - di romanzoharmony, parlo di quelle attenzioni che forse, da donne, non è proprio sbagliato aspettarsi da un uomo - e occhio che sull'argomento aspettative si rischia sempre di cadere nella melma.
Il corteggiamento è sempre lecito aspettarselo?
Le attenzioni, sentire che si piace ad un uomo, che si è diversi da tutte le altre persone, che si è speciali...
Da cosa nasce questa divagazione da parte mia, che non sono proprio votata al romanticismo?
Dall'osservare, intorno a me, che sempre più storie sembrano seguire il copione "relazione-scivolata": un lui e una lei, entrambi single e non ragazzini, diciamo sopra i 30, che si stanno simpatici e si frequentano, dapprima in amicizia; poi sembrano scivolare nella relazione di coppia perchè tanto, già che siamo qui, e ci stiamo pure simpatici, perchè no?
E si perde per strada, nel passaggio da amici a partner sentimentali - scusate ma la parola "fidanzati" mi agghiaccia - quel sorprendersi a vicenda, il conquistarsi un pezzetto alla volta, il corteggiarsi, ecco, che credo resti uno dei periodi più belli di una relazione.
Mi sto chiedendo, visto che ho l'impressione di essere un po' in questa situazione - ma potrei anche sbagliare ^_^ - quanto possa sembrare sciocca una donna che a quasi 34 anni dichiari ad un uomo che sì, lei vuole ancora essere corteggiata, e sorpresa, e conquistata -e ovviamente corteggiare a sua volta, non è certo una strada a senso unico.
martedì 17 gennaio 2012
Cambio.
"Il coraggio di immaginare alternative è la nostra più grande risorsa, capace di aggiungere colore e suspance a tutta la nostra vita".
E' una citazione di uno storico americano, che in questi giorni mi cala a pennello.
A parte questioni personali non proprio leggere e riposanti, sto tentando di rivoluzionare il mio pensiero in merito alla creatura.
Mi spiego.
La mia creatura di carta da quando è stata terminata giace, paciosa e sorridente, in un cassetto. Pochi giorni fa ho scoperto, grazie al caso benevolo e ad un'imbeccata di papà, un concorso letterario superbello che mi ha lasciato stampata in faccia un'espressione ebete e felice.
Più leggevo il regolamento e le caratteristiche e più pensavo: ma è proprio superbello!
C'è un "ma", ma è un "ma" piccolo: l'opera presentata dev'essere lunga non più di 500.000 battute. Ora, la creatura mia ne ha 730.000 circa.
Non è un dramma, no.
Certo, devo eliminare circa un terzo del libro, ok.
Mantenendo non solo la storia e quel minimo di consecutio temporum richieste, ma anche, perchè no, lo spirito, il carattere dei personaggi, le loro impressioni e le vicende, i sentimenti che animano la protagonista, le sue vittorie e le sconfitte e insomma, tutto ciò che mi ha fatto venire voglia di scrivere ciò che ho impiegato mesi a scrivere.
Ecco.
Non è facile. Intanto perchè tanti pezzi del libro hanno dentro una briciola di me, e anche quelli proprio inventati sono comunque ispirati a qualcuno, a qualcosa che mi ha colpito. Mi sembra di far fuori degli amici, di eliminare pezzi della vita di persone con cui ho condiviso un po' di strada.
Strada che mi sono immaginata, poi creata, lastricata, e ho infine percorso in loro compagnia.
Ma, e anche questo è un "ma" non da poco, l'occasione di questo concorso è stupenda.
E così io mi dibatto nei miei dubbi e nella melma dei "no questo non posso, no questo non si tocca, ah no se tolgo questo si perde il senso del libro" e cerco di ricreare la mia creatura di carta e d'amore, in modo che non si perda per strada.
E' una citazione di uno storico americano, che in questi giorni mi cala a pennello.
A parte questioni personali non proprio leggere e riposanti, sto tentando di rivoluzionare il mio pensiero in merito alla creatura.
Mi spiego.
La mia creatura di carta da quando è stata terminata giace, paciosa e sorridente, in un cassetto. Pochi giorni fa ho scoperto, grazie al caso benevolo e ad un'imbeccata di papà, un concorso letterario superbello che mi ha lasciato stampata in faccia un'espressione ebete e felice.
Più leggevo il regolamento e le caratteristiche e più pensavo: ma è proprio superbello!
C'è un "ma", ma è un "ma" piccolo: l'opera presentata dev'essere lunga non più di 500.000 battute. Ora, la creatura mia ne ha 730.000 circa.
Non è un dramma, no.
Certo, devo eliminare circa un terzo del libro, ok.
Mantenendo non solo la storia e quel minimo di consecutio temporum richieste, ma anche, perchè no, lo spirito, il carattere dei personaggi, le loro impressioni e le vicende, i sentimenti che animano la protagonista, le sue vittorie e le sconfitte e insomma, tutto ciò che mi ha fatto venire voglia di scrivere ciò che ho impiegato mesi a scrivere.
Ecco.
Non è facile. Intanto perchè tanti pezzi del libro hanno dentro una briciola di me, e anche quelli proprio inventati sono comunque ispirati a qualcuno, a qualcosa che mi ha colpito. Mi sembra di far fuori degli amici, di eliminare pezzi della vita di persone con cui ho condiviso un po' di strada.
Strada che mi sono immaginata, poi creata, lastricata, e ho infine percorso in loro compagnia.
Ma, e anche questo è un "ma" non da poco, l'occasione di questo concorso è stupenda.
E così io mi dibatto nei miei dubbi e nella melma dei "no questo non posso, no questo non si tocca, ah no se tolgo questo si perde il senso del libro" e cerco di ricreare la mia creatura di carta e d'amore, in modo che non si perda per strada.
martedì 10 gennaio 2012
Pointless?
Ho una domanda.
Nasce un po' dalla frustrazione, e mi farebbe bene sapere il parere di chi in questo momento è più lucido di me sull'argomento.
Il libro che ho scritto è, ovviamente, in italiano.
Da quando l'ho finito accarezzo l'idea di tradurlo in inglese, lingua che io adoro; oltretutto, tradurlo mi darebbe la possibiltà di proporlo anche al mercato inglese/americano, ovvero di proporlo a case editrici di quei paesi.
Inutile dire che il lavoro, iniziato stamattina - sigh! - è lunghissimo.
In un'ora abbondante ho fatto poco meno di una decina di righe; tante parole vanno cercate sul dizionario online, i tempi verbali vanno controllati, e non avendolo scritto in una prosa elementare, in inglese devo essere certa che le frasi siano scorrevoli e non ingarbugliate fra subordinate e simili.
Il pensiero non è solo "riuscirò a finire la traduzione entro l'anno 2012?", ma più che altro: ha un senso? La mia prosa, per quanto io quotidianamente possa leggere e vedere film in lingua, non renderà mai in inglese: ci saranno termini usati in modo scorretto o improprio, o comunque troppo "legnoso".
Ha senso fare un lavoro lungo, lunghissimo, che se comunque dovessero pubblicarmi il libro in inglese non potrebbero certo usare la mia traduzione?
Sto perdendo tempo?
Ma d'altro canto, se non me lo traduco io, chi lo fa? Nessuno. E se la casa editrice italiana non si muove a dirmi qualcosa di utile in tempi brevi -porcamiseria - come faccio io a far prendere il volo alla mia creatura?
Però, però: non corro il rischio di finirlo in tempi biblici e mandarlo a qualcuno che non arrivi nemmeno alla fine della prima pagina, perchè sembra scritto da una dodicenne con problemi scolastici?
Non mi rovino "la piazza" da sola?
Help. Ansia e panico.
Grazie per pareri e suggerimenti.
Nasce un po' dalla frustrazione, e mi farebbe bene sapere il parere di chi in questo momento è più lucido di me sull'argomento.
Il libro che ho scritto è, ovviamente, in italiano.
Da quando l'ho finito accarezzo l'idea di tradurlo in inglese, lingua che io adoro; oltretutto, tradurlo mi darebbe la possibiltà di proporlo anche al mercato inglese/americano, ovvero di proporlo a case editrici di quei paesi.
Inutile dire che il lavoro, iniziato stamattina - sigh! - è lunghissimo.
In un'ora abbondante ho fatto poco meno di una decina di righe; tante parole vanno cercate sul dizionario online, i tempi verbali vanno controllati, e non avendolo scritto in una prosa elementare, in inglese devo essere certa che le frasi siano scorrevoli e non ingarbugliate fra subordinate e simili.
Il pensiero non è solo "riuscirò a finire la traduzione entro l'anno 2012?", ma più che altro: ha un senso? La mia prosa, per quanto io quotidianamente possa leggere e vedere film in lingua, non renderà mai in inglese: ci saranno termini usati in modo scorretto o improprio, o comunque troppo "legnoso".
Ha senso fare un lavoro lungo, lunghissimo, che se comunque dovessero pubblicarmi il libro in inglese non potrebbero certo usare la mia traduzione?
Sto perdendo tempo?
Ma d'altro canto, se non me lo traduco io, chi lo fa? Nessuno. E se la casa editrice italiana non si muove a dirmi qualcosa di utile in tempi brevi -
Però, però: non corro il rischio di finirlo in tempi biblici e mandarlo a qualcuno che non arrivi nemmeno alla fine della prima pagina, perchè sembra scritto da una dodicenne con problemi scolastici?
Non mi rovino "la piazza" da sola?
Help. Ansia e panico.
Grazie per pareri e suggerimenti.
lunedì 9 gennaio 2012
Pensiero da lunedì mattina.
"La nostra paura più profonda non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda è di essere potenti oltre ogni limite.
E' la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più.
Ci domandiamo: "chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso?"
In realtà chi sei tu per non esserlo?
Tu sei un figlio dell'Universo.
Il tuo giocare a sminuirti non serve al mondo.
Non c'è nulla di illuminato nel rimpicciolirsi
in modo che gli altri non si sentano insicuri intorno a noi.
Siamo tutti nati per risplendere
come fanno i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta la gloria dell'Universo
che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi:
è in ognuno di noi.
E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere,
inconsapevolmente diamo agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza automaticamente libera gli altri."
E' una poesia di Marianne Williamson.
La voglio condividere e dedicare a tutte le persone che stamattina si sentono figli delle sfortune o degli accidenti, altro che dell'Universo; immersi nel buio profondo, altro che illuminati.
Per ogni difficoltà che dobbiamo affrontare dovremmo avere almeno un pensiero positivo e incoraggiante da parte di qualcuno che ci ama.
Questo è il mio, per oggi, dedicato a me stessa e a chi mi è caro.
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